Il patriarcato, strumento di divisione sociale

Il patriarcato, strumento di divisione sociale

Nel corso di questo anno gli omicidi commessi in Italia sono 285 di cui 105 vedono vittima le donne assassinate dai fidanzati, ex o parenti[1].

L’ultima sventurata, Giulia Cecchettin uccisa dall’ex fidanzato poco più che ventenne, ha scatenato un’attenzione nuova verso la presunta spinta culturale dalla quale trae origine l’orribile assassinio di donne: il patriarcato.

Sull’enciclopedia si legge: “Il termine patriarcato vuol dire letteralmente: “la legge del padre” e viene dal greco πατριάρχης (patriarkhēs), “padre di una razza” o “capo di una razza, patriarca”, che è composto da πατριά (patria), “stirpe, discendenza” (da πατήρ patēr, “padre”) e ἄρχω (arkhō), “comando”.

Per sociologi e psicologi il patriarcato è “…un sistema sociale in cui gli uomini detengono in via primaria il potere e predominano in ruoli di leadership politica, autorità morale, privilegio sociale e controllo della proprietà privata”.

Il dominio dell’uomo sulla donna è stato documentato fin dal 3100 a. C. nell’antico Oriente.

I più noti patriarcati furono Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme.

Nella religione erano patriarchi i primi capitribù del popolo ebraico Abramo, Isacco e Giacobbe.

Quindi esiste una relazione originaria tra la gestione familiare e sociale, dove l’uomo ha il potere di decidere e la donna ubbidisce, con la religione.

Ma l’elemento fondamentale del rapporto tra uomo e donna è la detenzione del potere, che viene imposto sempre in maniera violenta, fisica e psicologica, ma che si traduce anche con precise regolamentazioni giuridiche e legali. Va ricordato che nel codice penale era previsto lo “Ius Corrigendi” cioè il diritto di “ correggere” per educare utilizzando anche la violenza fisica, questo diritto era appannaggio di chi esercitava la gestione del potere in famiglia ma valeva anche per chi doveva educare nelle scuole. Nel 1956 la Corte Costituzionale lo dichiarò in contrasto con l’art. 3 della Costituzione che sancisce la pari dignità per tutti i cittadini, poi nel 1963 questa pratica violenta fu abolita dal codice ma solo  con la riforma del diritto di famiglia del 1975 con la legge n°151 si sono poste le basi per una effettiva parità tra uomo e donna.

Sono passati 50 anni, in termini storici e cronologici si tratta di pochissimo tempo per costruire una civiltà più giusta. A confermarlo è una sentenza della quinta sezione penale del Tribunale di Torino che nel maggio 2018 riconosceva al marito – ancora – il diritto di picchiare la moglie, “purché fossero “atti episodi” e in “contesti particolari”.[2]

Il punto è: se la gestione della  famiglia e della società è regolamentata gerarchicamente, ed a capo c’è l’uomo che subordina la donna, quanto questo rapporto incide nella dinamica di relazione tra due fidanzati che sono legati dal sentimento e non dalla gerarchia?

Questa è una società che è regolamentata dal sistema capitalistico dove la gestione del potere è riservata alle solite note corporazioni con a capo le famiglie più ricche del mondo. Il regime capitalista si fonda sulla competizione tra esseri umani, per cui tutta l’organizzazione sociale è programmata per favorire questa gara per la produzione del profitto.

 Così nella scuola non si educa più ma si forma, si formano i futuri cittadini che dovranno adeguarsi alle esigenze del mercato le cui regole sono stabilite da governi che prendono gli ordini dalle strutture sovranazionali create ad hoc perché le ricchezze siano garantite a quei pochi sempre più ricchi ed avidi di potere.

Così nelle famiglie comuni  i ruoli sono sempre meno stabili a causa delle enormi difficoltà economiche.

Se pensiamo poi che la globalizzazione ha decretato il sovra-potere dei media si capisce che l’educazione familiare è sempre meno incidente sulla costruzione della personalità dei figli, che sono attratti da una realtà virtuale e sono completamente proiettati in quello che Mc Luhan ha definito “villaggio globale”.

Il dramma delle uccisioni delle donne è caratterizzato non già prevalentemente da un approccio patriarcale quindi gerarchico ma, in maniera evidente, dalla non educazione ai sentimenti, visto che la scuola è divenuta uno strumento di gestione del regime economico e la famiglia è ormai incapace di assolvere a tale funzione.

Chi mai potrebbe insegnare  agli uomini il rispetto delle persone, figurarsi poi il rispetto per le  donne storicamente assoggettate al loro servizio,  in una società basata sulla competizione.

Come possono gli uomini sviluppare una maturità nei confronti delle emozioni e quindi dell’amore in un mondo dove i sentimenti sono un ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi ed al soddisfacimento dei proprio desideri.

In questo mondo se non hai il potere non sei nessuno, o meglio sei solo un lavoratore dipendente, sei uno che dipende dalle decisioni degli altri in tutti gli ambiti.

Atrocemente le donne pagano con  il prezzo della vita questo meccanismo perverso che in questi ultimi anni si è rivelato in tutta la sua follia, poiché ci si sente tutti impotenti difronte al potere di vita o di morte che un gruppo di psicopatici esercita attraverso il ricatto del lavoro e dei soldi che ci servono per vivere una vita.

Ed ogni occasione è buona per dividere il popolo in buoni e cattivi, ora è la volta del “patriarcato”, gli uomini potenti gerarchi contro le donne serve obbedienti, così è più facile controllarlo…il popolo.

Con queste “giovani” consapevolezze dobbiamo adoperarci per combattere e cambiare questi paradigmi, rispetto invece di competizione, solidarietà invece di indifferenza, intelligenza critica invece di algoritmi artificiali, libertà invece di schiavitù, amore invece di odio.

Calo Ceresoli.

[1] https://www.osservatoriodiritti.it/2023/10/27/femminicidi-2023-in-italia/

[2] http://torino.corriere.it/cronaca/18_gennaio_03/se-botte-non-sono-frequenti-non-si-puo-parlare-maltrattamenti-famiglia-sentenza-torino-df297182-f079-11e7-b9c8-ca7b03c62ba9.shtml

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